Fiabe e Leggende

IL MORO
Ve’ lu ragne da Ragne Ragnine,pè’ ‘cchiappà la mosca fine.Lu signore s’è mpustate;
È signe che la mosch’ha ‘cciappateC’era una regina vedova con due figli, ma dei figli non se ne curava una sbagliocca; perché amava un Moro. Tutto quello che faceva il Moro era ben fatto. I figli, insomma, erano tanti mazzi di scopa. È naturale dunque che i figli odiassero il Moro. Di fatto, pensarono di fargli la pelle mentre andava a caccia; e ci riuscirono, seppellendo il cadavere sette braccia sotto terra.La regina, che non vedeva tornare il Moro, diede nelle smanie. Per averne qualche notizia, mandò in giro servi e servitori. I servi andarono anche al bosco; e là videro alcuni corvi che giravano intorno alla terra smossa. Scavarono e rinvennero il cadavere del Moro. La regina, in segreto modo, fece fare col cranio dell’ucciso una tazza coperta di oro e contornata di gemme; con le ossa delle cosce e delle gambe fece fare una sedia e con le ossa delle braccia una cornice di specchio. Poi fece uccidere chi aveva fatto la cornice dello specchio, la sedia e la tazza; e disse ai figli: - Per amore io bevo! Per amore io siedo! Per amore io mi specchio! Vi farò impiccare se, fra tre anni, non mi avrete spiegato perché faccio tutto questo per amore -.I due fratelli si misero in viaggio; e, dovunque si fermavano, domandavano per sapere perché la loro madre beveva, sedeva e si specchiava per amore. Il fratello minore si allontanò più dell’altro. Entrò in un palazzo di re, dove non solo non gli spiegarono i tre atti oscuri, ma ce ne aggiunsero un quarto. Quel re interrogò il giovane: -Tu che giri il mondo, mi sapresti dire perché mia figlia non si marita, benché sia bella più di una fata? I partiti si sprecano; ma si scombinano tutti alla vigilia delle nozze. – Il giovane, che poteva rispondere? Fece un inchino a Sua Maestà e continuò il viaggio. Un altro re aggiunse un quinto detto oscuro: - Tu che giri il mondo, mi sapresti dire perché un albero del mio giardino mena tanti frutti che poi se ne cadono al principio della maturità? Io ho una gran voglia di assaggiarli; ma come si fa? A metterseli in bocca acerbi, sono amari quanto il veleno…- rispose il giovane: - Sarà la sorte mia: vado per cercare grazia e trovo giustizia! –Questa volta il giovane aveva presa la via più remota. Era entrato in un deserto. In mezzo, si vedeva un palazzo che non posava per terra; e si muoveva a ogni soffio di vento. Andò là, e bussò al portone. Una giovanetta aprì: - Che volete? – Vado cercando chi mi spieghi perché mia madre beve, siede e si specchia per amore. E poi anche, perché il matrimonio della figlia di un re si sconchiude sempre il giorno innanzi delle nozze? E ancora: perché in un albero cadono sempre i frutti, prima che si maturino?- La giovanetta rispose: - Sei capitato male; perché questa è la casa del mago che mangia carne umana. Se torna, e ti vede, ti s’inghiotte. Vattene dunque. – Ma io ti dico invece che questa è la casa della mia fortuna. Il mago mi spiegherà tutto, se tu mi aiuterai. – Io? – riprese l’altra; - io ci posso provare…- Quella giovanetta era la sposa del mago. Disse al giovane: - Sai che hai da fare? Nasconditi dentro l’arca e stai a sentire il discorso che faremo io e il mago.-Venne il mago; e, per non fargli sentire l’odore della carne umana, la sposa gli presentò un fiasco di vino. Tira e tira, il fiasco rimase asciutto e il mago si ubriacò. Tra veglia e sonno, il mago parlava. La giovanetta lo interrogò: - Sposo mio, dimmi perché una regina vedova beve, siede e si specchia per amore? – Il mago svelò i tre segreti. Poi la giovanetta si fece spiegare gli altri due detti oscuri.Il giovane sentì ogni cosa, lasciò una borsa d’oro dentro l’arca e se ne fuggì, prima che il mago si svegliasse. Ripassando dove stava il re dell’albero che non maturava i frutti, gli disse: - Scava sotto l’albero. Ci troverai quattro casse: tre piene di monete e una con un morto. Fa’ seppellire il morto in un luogo sacro e il denaro sia metà per te e metà per i poveri.- Il re fece tutto questo; e così poté assaggiare i frutti maturi che erano come una manna. All’altro re, il giovane disse: - tua figlia non si marita, perché se n’è innamorato un paggio; e il paggio mette male agli sposi che ci capitano. – Il re fece uccidere il paggio e diede la figlia al giovane che gli aveva scoperta la magagna.Stavano per terminare i tre anni, quando il giovane e la sposa si avviarono verso il paese della regina vedova. Giunsero al paese nell’ultimo giorno dei tre anni fatali. Il giovane fece nascondere la sposa; e poi si presentò alla madre, dicendo che non si fidava di spiegare quelle tre cose d’amore. Non si fidò di spiegarle neanche il fratello, che pure era tornato. La regina vedova conchiuse: - Dunque andate, andate; andate alla forca! – e fece preparare la forca in piazza. Mentre i due giovani salivano il patibolo, la gente si affollò intorno e gridava: - Grazia! Grazia! – la regina vedova rispondeva: - Se vogliono la grazia, devono dirmi perché io bevo per amore, siedo per amore e mi specchio per amore. – Il figlio minore, quello che era stato alla casa che si manteneva per aria, fece cenno al popolo che voleva parlare.Allora ci fu un silenzio perfetto. Il giovane, a voce alta, raccontò gli amori della regina madre, l’uccisione del Moro e svelò il segreto delle ossa del Moro. Il popolo si ribellò alla regina vedova; e diceva: - Morte alla regina! Morte alla regina! – Il fratello minore rispose al popolo: - Grazia a mia madre che non è più regina. La regina è la mia sposa. – Fece venire la sposa e la presentò al popolo. Tutti gridavano: -Viva! Viva! – La regina vedova se ne ritornò alla casa paterna.Bona sere, bona strate,Ogni passe, ‘na cascate!Quanne arrive a lu purtone,
Uoglie sante e communione!

IL MANTO REALE
Alla guerre! alla guerre!
'Na pagnotte e 'na sardelle!
Ciente surdate de llu pape
Nin si fidírene de cavà 'na rape.
Ce ne írene tre de llu rre,
Ne cavírene ciente e tre.

C'erano due re. Uno aveva un figlio, e un altro una figlia. Tra loro c'era amicizia stretta; ma si proponevano di stringerla di più, con la parentela, volendo che, a tempo debito, succedesse un matrimonio tra i loro figli. Si scambiarono spesso le visite. Ma, per disgrazia, tra i due vecchi amici, nacque una guerra accanita. E sebbene, dopo qualche tempo, si smorzasse l'ira, pure rimase l'odio: e che odio!
I due figli dei vecchi amici si erano fatti giovani. Il maschio, un giorno, entrò nelle camere dove stavano i servitori. Cominciò ad aprire stipi, cassetti, cassettoni e canterani. In uno stipo trovò il ritratto di una giovanetta, e disse: - Questa sì, che è bella! Io me la sposerei! - I servitori lo sgridarono: - Per carità! rimetti al posto il ritratto. - Se se ne accorge tuo padre, guai! -
E così gli raccontarono la promessa che si erano fatta i due re, e la guerra che ci fu poi tra loro. Il giovane finse di riporre il ritratto, dove l'aveva trovato; ma, invece, se lo nascose in petto. E poi si presentò al padre, dicendo: - Dammi una somma di quattrini, perché voglio girare; voglio conoscere il mondo. - Il padre lo fece contento.
Il giovane andò alla città, dove stava la promessa sposa; e cominciò a passeggiare sotto le finestre del palazzo reale. La reginella che lo vide, disse al padre: - C'è un giovane che passeggia e ripasseggia sotto le nostre finestre. Che vorrà? -
Il padre fece chiamare questo giovane: - Che vai facendo? -
- Vorrei entrare per cameriere nel vostro palazzo. -
- Un cameriere serve alla reginella. Resta dunque con noi. -
Un giorno la reginella stava in camera sua; e sospirava. Aveva il gomito appoggiato sullo schienale della sedia e sulla mano appoggiava la fronte. Chiamò il cameriere e disse: - Di chi sei figlio? - Rispose: - Sono figlio di un molinaro: - E tornò al suo posto, fuori della camera. La reginella sospirò più forte. Seguitò a sospirare tutti i giorni. Al figlio del re venne compassione. Una sera si presentò alla reginella, parlando chiaro e tondo, dell'essere suo e della sua intenzione. E conchiuse: - Se questo l'appura vostro padre, siamo perduti. Dunque dobbiamo fuggircene. - La reginella fece fagotto; si prese anche il manto reale, e se ne fuggì con lo sposo.
Dopo aver girato e rigirato monti e colline, gli sposi si riposarono in una pianura deserta. La reginella si addormentò sulle ginocchia dell'amante. Ma il giovane sentì qualche bisogno: insomma, doveva alzarsi. Sollevò dunque, piano piano, il capo della reginella, e lo posò sopra una valigia. E siccome le andava il sole in faccia, cavò fuori il manto reale, da un'altra valigia, e la ricoprì tutta. Il giovane si era allontanato un poco. passò un uccello e si portò via il manto reale. Il giovane corse appresso all'uccello, acchiappa e non acchiappa. Ma si allontanò tanto, che giunse in un luogo, dove stavano i Turchi. Fu preso e portato via dai Turchi.
La reginella si svegliò; guardò attorno, e non vedeva che deserto. - Oh Dio! - Cominciò a piangere dirottamente. Si fece notte; e tornava al suo paese, con una morra di porci, un porcaro. Sentendo piangere, il porcaro si avvicinò alla reginella e seppe la disgrazia. Esso la consolava: - Non piangere più. Può essere che torni. - La reginella lo pregò che, per quella notte, la ricoverasse in casa. Il porcaro disse: - Non so se vi saprete adattare alle nostre miserie. Ma andiamo. -
La mattina, la reginella si diresse verso la riva del mare; e vi fece fabbricare una locanda. Essa, però, si era già vestita da uomo. Sulla porta della locanda, fece mettere un cartello, dove si diceva che tutte le persone che si fermavano là, avevano, per tre giorni e tre notti, mangiare e dormire gratis, col patto che ciascuno doveva raccontare, al padrone di casa, la sua pena. I pellegrini andavano e venivano; tutti raccontavano le loro pene. La reginella, travestita , sentiva ognuno. Ma non ancora poteva aver notizia dello sposo.
Lo sposo, capitato fra i Turchi, era stato messo a zappare; e s'era fatto nero nero, che non si riconosceva più. Un giorno, mentre zappava, sentì un suono cupo sotto la zappa. Scava; e trova un cassone pieno di doppie. Allora fece sapere al Gran Turco che gli aveva scritto il padre, e che lo voleva riscattare, mettendo a una bilancia il figlio e a un'altra, tante doppie. Il Gran Turco accettò il cambio, e il giovane fu liberato. Il giovane si mise in cammino e arrivò alla locanda, in riva al mare. Lesse il cartello ed entrò. Dopo aver mangiato, il padrone lo invitò a raccontare la pena sua. - Ah! signore mio! la mia pena è lunga; e chi sa, quando finisce! - E cominciò a raccontare il fatto che gli era accaduto. La reginella lo riconobbe e disse: - T'è rimasta nessuna idea della sposa? ti voglio far vedere un ritratto... - La reginella entrò nella camera, e si vestì, come stava vestita , quando successe la fuga. Appena riuscì dalla camera, il giovane si alzò e l'abbracciò, in grazia di Dio. Non vi starò a dire le feste che fece il padre dello sposo quando rivide il figlio, e le feste che seguirono, quando i due re, i due vecchi amici, rifecero pace.
- E il manto reale? -
- Se lo vuoi, corri appresso all'uccello. -
Sott'allu 'mbierne
Ce steve 'ma rinnelell.
All'ensù, all'ensù,
Da' 'nu vasce a chi vo' tu.

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