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Descrizione e Cenni storici

Capitignano viene nominato per la prima volta nel Chronicon Farfense in quanto l’abate di Farfa Rimone “Acquisivit terram quondam in territorio Novertino ubi dicitur Capitignanus”. Inoltre, nel Catalogus Baronum è riportato che “Gentilis et Gualterius de Poppleto (Coppito) tenent in Amiterno a domino Rege Capitignanum”.
Altre fonti documentarie che contengono la menzione del toponimo risalgono al XII secolo. La storia precedente e quella successiva dell’abitato, per alcuni secoli, è avvolta nell’incertezza a causa della penuria di testimonianze scritte.Una prima struttura di epoca romana ad essere rinvenuta nel territorio di Capitignano, è un insediamento (forse una villa romana), in località S. Donato, caratterizzata da due ambienti mosaicati in pietra locale e selci con tonalità bianca e fasce nere perimetrali (il primo); il secondo, con rombi bianchi e neri.
Sono venuti alla luce anche i colori degli intonaci: rossi con fascia nera e un’altra verde.Già feudo della famiglia Ricci, Capitignano fu inglobato nel contado di Montereale fin dalla prima metà del Quattrocento, una datazione questa che permette di risalire a Umberto Ricci, comandante Equestre di Alfonso I d’Aragona, come possibile costruttore di palazzo Ricci a Mopolino.Nel XVI secolo il feudo fu conquistato dai Medici, in seguito entrò prima a far parte dei feudi farnesiani, poi passò ai Borboni a seguito del matrimonio di Elisabetta Farnese con Filippo V di Borbone.
Nella corografia di L.A. Antinori, sec. XVIII, si rileva lo stato del territorio di Montereale, suddiviso in quattro aree, appunto quarti, che inglobava anche Capitignano e le sue ville.
“Nel Quarto di S. Maria si comprendono le sotto ville: Fuochi 4 Cavallari, Fuochi 7 Colle Cavallari, fuochi 5 Cavagnano…Fuochi 6 San Vito, fuochi 7 Cesariano, fuochi 7 Marignano, fuochi 6 Pago (questa ave il suo arciprete residente). Fuochi 9 Aglioni, fuochi 5 Colle Noveri, Fuochi 6 Paterno (queste tre sono soggette all’Arciprete di San Pietro, il quale risiede di se medesimo, e proprio in abitazione vicino la Chiesa)…””Nel Quarto di S. Pietro si comprendono le sotto ville: Fuochi 9 Sivignano (e questa ha il P. vicario in essa residente però non tutti li fuochi sono ad esso soggetti all’Arciprete di S. Pietro). Fuochi 69 Capitignano (questa ha l’Arciprete con alcuni canonici banefic.ti quali non hanno obbligo di offrire né di risiedere). Fuochi 39 Mopolino (questa ave l’Arciprete ed il coadiutore)”.In una visita pastorale del vescovo di Rieti nel 1852, si descrive la comunità di Capitignano “di 800 anime che formano la parrocchia di S. Flaviano”. Capitignano, 36 anni prima, si era separato amministrativamente da Montereale. Nel 1917 la popolazione residente di Capitignano e Mopolino era di “1190 anime e 216 famiglie”. Mentre, sempre attraverso visite pastorali, si evince che nel 1891 Capitignano “constava di 1101 anime”.

Le Chiese

      

Negli “Annali degli Abruzzi” di Antonio Ludovico Antinori, manoscritto del XVII secolo, è menzionata la Chiesa di S. Flaviano di Capitignano, villa di Montereale.
Citata come già esistente al 1153 dal vescovo Marini (1779-1813) che trascrive “l’elenco delle chiese della Diocesi di Rieti” risalenti agli anni 1397-98, la chiesa di S. Flaviano subì, dopo il terremoto del 1703, notevoli interventi strutturali. Restano comunque visibili le soluzioni quattro-cinquecentesche che hanno arricchito la struttura originaria. Lo spazio interno è costituito da tre navate che si riuniscono in un corpo centrale ottagono nella zona presbiteriale, che si alza con un alto tamburo fino alla cupola, sotto la quale si trova il ciborio, in legno intagliato e lavorato con la tecnica della doratura del XVI secolo. Intorno al corpo centrale ottagono si aprono due cappelle  dedicate a Sant’Agata e a S.Antonio Abate e una cappella settecentesca dedicata a S. Giuseppe. All’abside sono addossati la sacrestia e il campanile a pianta quadrangolare.
Costruito per volere della popolazione, c’è il Santuario della Madonna degli Angeli, in parte finanziato dalla famiglia Ricci di Mopolino. La chiesa si presenta con la facciata principale coronata a cuspide, decorata da un timpano. L’aspetto più importante, che riveste il culto, è dato da una balconata sulla facciata, utilizzata per l’esposizione delle reliquie. La chiesa è ad aula unica rettangolare con tre altari. Il presbiterio, attraverso l’arco trionfale, è separato dalla navata ed è coperto da una cupola ellittica. Inoltre, sulla parete presbiteriale sono addossati due locali a pianta rettangolare ed il campanile. Le lapidi, in sacrestia, ricordano l’evento del miracolo dell’apparizione della Madonna e le udienze concesse da Pio VI il 17 dicembre 1785 ai fratelli Ricci e da Pio VII il 25 luglio 1815. Entrambi concessero le indulgenze a chiunque visitasse la chiesa il 21 giugno e il 2 agosto di ogni anno. L’aula della chiesa è caratterizzata da finto marmo con capitelli corinzi in oro zecchino. Sulla pareti laterali due altari: il laterale destro racchiude i reliquiari; quello sinistro presenta una tela raffigurante S. Giovanni Battista. L’altare maggiore è dedicato alla Madonna.

Le Frazioni

        

La localizzazione dei villaggi di Capitignano è stata condizionata dalle sorgenti e dai corsi d’acqua. A nord-ovest della conca di Montereale, alle pendici della catena di NE, sorgono i villaggi ai limiti del fondo coltivo.

Sivignano e Paterno su conoidi sono attraversati dai torrenti Riezzano e Pago. Colle Noveri su un colle domina il piano. Il sistema dei corsi d’acqua dei torrenti di Paterno, Sivignano e Aglioni ha permesso, a seguito delle canalizzazioni che orientavano le acque intorno ai terreni, una coltivazione soprattutto ortense.

“Paterno, villa Regia, dello Stato di Montereale nella provincia dell’Aquila, ed in diocesi di Rieti in regno, situata in luogo piano, d’aria salubre, e nella distanza di sedici miglia in circa dalla città dell’Aquila, che si appartiene al patrimonio privato del Re Nostro Signore per la successione a’ beni Farnesiani, questa Villa è un aggregato di due altre piccole ville appellate Collenoveri ed Aglioni, ove altro non v’è da notare, che una sola chiesa Parrocchiale. Il suo terreno produce grani, legumi, vini e castagne. Il numero dei suoi abitanti ascende a 388 sotto la cura spirituale d’un Parroco, che porta il titolo d’Arciprete”.

(Descrizione di Francesco Sacco, “Dizionario nel Regno di Napoli”, 1796)

Capitignano e Mopolino si estendono ai margini di un piano alluvionale.Sorgono entrambi su deboli pendenze, tra i 900 e i 924 metri, in corrispondenza delle valli che scendono dalla faglia. Queste alla base formano conoidi di deiezioni molto ampi. I centri appartengono all’area denominata “coste di Pago”.

I centri compatti con un nucleo centrale sono AglioniColle NoveriPaterno e Pago; i centri sul pendio sono CapitignanoMopolino e Sivignano. Questi ultimi, nel corso degli anni, si sono trasformati occupando le aree pianeggianti, un tempo coltivate.

Sulla base della toponomastica attuale di Pago e Colle Noveri, lo storico Alessandro Clementi attribuisce l’origine e la formazione ad un insediamento romano: Pago, da Pagus. Costituito da piccoli centri o “vici”, il paesaggio è risultato dall’unione di più agglomerati, ancor presenti nell’area pedemontana della faglia di Capitignano.

Mentre Colle Noveri, secondo Clementi, ricorda l’antico gastaldato longobardo.

CHIESE E MONUMENTI
Gli edifici religiosi delle frazioni di Capitignano risultano caratterizzati dalla medesima tipologia: una aula unica, con l’altare sopraelevato e uno o più locali adibiti a sacrestia. Un elemento in comune ricorrente è la facciata coronata a cuspide e un’edicola sopra il portale principale.

Gli interni si arricchiscono di nicchie e altari sulle pareti laterali.

SIVIGNANO:
Chiesa di San Silvestro, già riportata nel registro delle Chiese della Diocesi di Rieti nell’anno 1398. È stata distrutta e ricostruita nello stesso posto nel 1961, ma in modo diverso. Sulla facciata della chiesa c’era un balcone da cui il sacerdote esponeva le reliquie dei Santi alla popolazione. La chiesa vecchia aveva cinque altari e le colonne a tortiglione e il soffitto a cassettoni in legno, decorato e dipinto. All’altare centrale c’era San Silvestro; al secondo altare a sinistra c’era la Madonna delle Grazie, una tavola lignea, rappresentante Maria in trono con il Bambino in braccio benedicente, che regge con la mano sinistra uno specchio. In basso, inginocchiata, una piccola figura che è il donatore.

La tavola è stata attribuita da Federico Zeri ad un pittore abruzzese e datata intorno al 1250-1270.

La Madonna presentava sulla testa una corona metallica, finemente cesellata con i gigli della casa D’Angiò, che purtroppo è andata perduta. Secondo Zeri, la Madonna di Sivignano è uno dei pochi casi in Italia di dipinto non direttamente eseguito su tavola, bensì su un foglio di pergamena, lucidata e lustrata con una preparazione, e poi dipinta con la tempera.

Oggi è conservata al Museo nazionale dell’Aquila, sezione Arte Sacra.

La Madonna delle Grazie si festeggia il 2 luglio.

A Sivignano c’è anche la Chiesa di S. Pietro, del sec. XVIII

AGLIONI: Chiesa di San Rocco, sec. XIX.

COLLE NOVERI: Chiesa di San Paolo, sec. XIX

ROVAGNANO: Chiesa di Santa Maria, sec. XVIII.

PATERNO: Chiesa di Santa Apollonia, sec. XV

PAGO: Chiesa dei SS. Cipriano e Giustina, sec. XVIII

Palazzo Nervegna, a pianta rettangolare, strutturato su tre livelli. È stato realizzato in due periodi diversi: il piano terra nei secoli XVII e XVIII; gli altri due piani nel XIX secolo. La facciata principale, come l’intero palazzo, è divisa da marcapiani.

MOPOLINO:
Chiesa di San Domenico, costruita nel 1579. Con il terremoto del 1703 la chiesa ed il palazzo Ricci subirono diversi danni. Nel 1839 l’edificio religioso venne restaurato su disegno di Giuseppe Valadier, allora attivo presso il Vescovado di Rieti come documenta la scritta posta sull’arco dell’altare principale. Gli elementi architettonici con le semicolonne, la trabeazione spezzata, le finestre semicircolari evidenziano nell’interno un gusto neoclassico. Sul portale d’ingresso è posto lo stemma gentilizio della famiglia Ricci.

La facciata della Chiesa di San Domenico è a coronamento orizzontale. Il portale è riquadrato da una cornice in pietra arenaria. Sopra, è posta un’edicola rettangolare. L’interno è caratterizzato da un’aula rettangolare, suddivisa da dodici semicolonne in stucco e pietra. Il soppalco dell’organo è successivo alla costruzione della chiesa. Nelle pareti laterali sono presenti quattro semicolonne con le nicchie e gli altari neoclassici in pietra e gesso. Ai lati degli altari di destra, le nicchie con Santa Teresa e Sant’Antonio. In quelli di sinistra le nicchie di San Giuseppe e Santa Angela. Nella parete presbiteriale è presente l’altare principale con una tela che raffigura una Madonna con Bambino e S. Domenico.

Palazzo Ricci: di gusto neoclassico, a pianta quadrangolare, articolato su tre piani, una cappella gentilizia e un giardino, il palazzo è la massima espressione architettonica dell’area. Fatto costruire, probabilmente, da Umberto Ricci nella prima metà del Quattrocento, il palazzo subì nel tempo ampliamenti e rifacimenti, tra cui il restauro degli architetti Raffaele e Giovanni Stern nel 1783, consigliati alla famiglia Ricci da Papa Pio VI Braschi, con cui i nobili di Mopolino intrattenevano rapporti di amicizia.

In seguito, nel 1839, il palazzo fu ripristinato in parte su disegno del Valadier. La facciata è composta da tre ordini di finestre, più le cantine. Da una scala nobiliare si accede al primo piano e poi al salone principale del palazzo e ai sei vani. Al secondo piano ci sono dieci locali per la servitù.

Alla facciata principale è addossata la costruzione della cappella di S. Domenico. Inoltre, su due angoli del palazzo, sono presenti due torrioni sporgenti, per la vigilanza.

L’edificio è costruito con pietrame d’arenaria e travertino. Le decorazioni interne del palazzo ripetono motivi floreali, a rilievo, e scene di caccia. Al centro della facciata principale c’è un grande portone d’ingresso di pietra arenaria e sopra, nella seconda fila di finestre rettangolari, nicchie con busti, festoni in gesso e stucchi in stile neoclassico.

Il palazzo Ricci ospita il Centro Servizi del parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

A Mopolino, inoltre, sono ancora visibili i ruderi del castello, detto appunto di Mopolino, situato sulla contrada denominata “coste di Pago” o “Pago vecchio”, a quota 1109 m. I ruderi del perimetro dell’insediamento di difesa e di una cisterna sono stati ricoperti dalla vegetazione.

Tradizioni Popolari

IL PANE DI SAN NICOLA

Il patrimonio del culto popolare di S. Nicola, affidato alla preparazione e all’offerta dei pani cerimoniali denominati “le cacchiette”, si è notevolmente ridotto. Negli anni 1997 e 1998, con la rilevazione sul campo, è stato compiuto un censimento, nel centro di Capitignano e nelle frazioni, che ha consentito di accertare la reale portata della “conservazione” della tradizione, conoscere le famiglie che la praticano e le matrici culturali che permettono lo svolgimento del rituale civile su “Santo Nicola”, così chiamato, la cui vita leggendaria, le fonti e l’iconografia si caratterizzano a Capitignano per la mancanza assoluta di elementi di liturgia religiosa che lo rappresentano nel giorno che precede (preparazione pani) il 6 dicembre (distribuzioni pani), data della sua morte.  Dal secolare patrimonio della società contadina del luogo, intorno al pane, bene primario, scambiato in occasione delle nascite, presente nella dote, offerto nei funerali e benedetto in occasione della ricorrenza di S. Antonio Abate, si sono caratterizzati eventi, cicli, consuetudini di un linguaggio comune della società contadina. Anche per il rito di S. Nicola il pane dunque è presente ma sotto forma di panicelli e di un “lascito”, termine  spesso ricorrente nelle interviste sul campo, che raccoglie intorno a sé  una sorta di testamento non scritto, “offerto” alle persone defunte appartenenti allo stesso gruppo familiare, che in vita avevano preteso un obbligo morale: dare continuità al rito delle“cacchiette”. Una pratica ereditata, dunque, dalle famiglie, che al proprio interno fanno vivere significati di vita e morte e si avvicinano sempre più e si congiungono, nella ricorrenza di S. Nicola. È un appuntamento calendariale, per verificare la non interruzione del “lascito”; la cerimonia è il giorno in cui busseranno alla porta i ragazzi per chiedere le “cacchiette”. Nell’affermazione “Sia benedetta l’anima dei morti” si chiede il pane e nella risposta della famiglia “Dio lo faccia” si cela la memoria dei propri defunti, secondo la cultura popolare, che qui assume un valore comune nell’area geografica di Capitignano e delle frazioni, ma non oltre, quasi si volesse limitare la pratica rituale in un solo ambito geografico, significando questo, secondo alcune fonti di tradizione orale, che ” i defunti vagano nelle campagne in attesa di essere soddisfatti”. La famiglia che non ha interrotto la produzione di pani propiziatori, li offrirà simbolicamente anche ai propri defunti attraverso la mediazione dei ragazzi che simbolizzano la purezza, l’innocenza di  “quell’incontro” soprannaturale. Ricordo e memoria infine congiungono l’esperienza di questo “voto” al patrimonio culturale di una comunità che per i significati autoctoni rappresenta un Bene Culturale da proteggere e da tutelare. E la “tutela”, quindi, come ricorso a non alienare definitivamente l’esperienza di “Santo Nicola” deve intervenire, affinché questa lunga memoria collettiva non sia rimossa dalla cultura popolare.

PASSALACQUA

L’espressione “passalacqua”, lega l’ambiente naturale ad un’azione rituale. Il lunedì di Pasqua le famiglie dovevano attraversare i corsi d’acqua del Mozzano, Riano, Morecone, il torrente Pago vecchio, Riezzola ed altri, per riunirsi poi in un’unica struttura parentale, con il rientro anche dei lavoratori stagionali. Legato al significato della Pasqua, l’esperienza del “passalacqua” (passare l’acqua) si compie in un attraversamento di un corso d’acqua, appunto, e si ristabilisce “un nuovo ciclo”, con questa semplice consuetudine, offerta alla propria esperienza, al proprio esistere.  “Il passaggio” e il suo significato , lustrale, di antichissima origine pagana, è associato all’evento religioso della Pasqua, attraverso questa cerimonia calendariale, che riunisce la comunità, sottoponendola ad una sorta di “culto delle acque”, una purificazione di sopravvivenza pagana. Con l’acqua, quindi, si attira verso sé e si propizia un “nuovo anno” di buon auspicio con la Pasqua che sancisce e definisce i contorni dei suoi significati religiosi di passaggio.

LA MINESTRA DI S. FLAVIANO

Dopo la stagione della raccolta dei prodotti agricoli, il 2 novembre la comunità della parrocchia di S. Flaviano cedeva alla chiesa una parte di grano e di fagioli. Raccolti in grosse madie, dietro l’altare centrale, nella ricorrenza di S. Flaviano, il 24 novembre, una parte delle provviste veniva ceduta ai poveri della zona; un’altra era destinata alla “minestra di S. Flaviano“. Il grano veniva macinato e con la farina, mescolata con acqua e sale, veniva preparata una pasta, i tagliolini. Cotti con i fagioli in enormi caldaie, la minestra di S. Flaviano veniva distribuita davanti alla chiesa.

IL MAIALE DI S. ANTONIO

“Dove gli si fa notte”, questo era il detto, ricorrente, nel mese di gennaio dedicato al culto si S. Antonio Abate. Un maialino, già nei mesi precedenti, veniva allevato dall’intero villaggio. Quando, lasciato libero, entrava nelle case, era segno di buon auspicio per la protezione degli animali. La sera era ospitato in una delle tante stalle del paese. Il giorno della vigilia di S. Antonio veniva macellato. Le zampe, “gli zampitti”, venivano messe all’asta e chi si aggiudicava il palio, il 17 gennaio, preparava il maiale, poi offerto alla comunità con il farro, la “quagliata”, le rape rosse, i tagliolini e i fagioli. Gli animali, nella ricorrenza, erano ricoperti con nastri colorati, ghirlande e poi benedetti fuori la Chiesa. Gli uomini portavano cesoie e tenaglie: incrociate, simbolicamente, preservavano gli animali. Quelli domestici, invece, entravano in Chiesa e lì venivano benedetti.

LA DOTE

Due carri trainati da due buoi facevano parte del corteo nuziale; in uno c’era un comò di castagno, due comodini; questo carro andava avanti. Il corredo era composto da sei paia di lenzuola tessute alcune con la canapa al telaio, altre con il cotone, sempre al telaio; le sottovesti erano lavorate ai ferri. Quelle fatte al telaio si chiamavano “guarnelli” con i festoni a strisce; poi due o tre coperte di lana filate a mano e poi al telaio: le lane delle nostre pecore si filavano con il filarello e con il fuso, poi si tingevano con la corteccia dell’ornello, una pianta che si metteva a macerare; poi si usavano anche le noci. I due colori erano verde scuro per l’ornello e marrone per le noci. Si tingevano in casa. Si portavano anche calzette di lana, sei o otto paia per la donna e per il marito; una conca e il maniero. Si faceva il canestro con cinque filoni di pane, che li chiamavano “le cacchie”Prima di sposare, la sera avanti venivano a prendere la camicia alla casa dello sposo tutti i parenti più stretti della sposa, in corteo e mangiavano lì. La sposa doveva preparare la camicia del matrimonio per lo sposo e le camicie da notte alle cognate, secondo il numero che aveva, e alla suocera. Quando entravano la prima volta nella casa la madre dello sposo faceva la croce in una pagnotta; era un simbolo di protezione per la sposa. Il pane poi si dava per elemosina”

(Tradizione orale: Anna Nicolai, classe 1921)

DETTI POPOLARI

“Madonna del villaggio, se ci guardi da lassù, Madonna tanto bella, questo figlio aiutalo tu”

“Arrivati alla candelora, dall’inverno siamo fuori, al sette di marzittu, si taglia la  coda all’agnellittu”

“Raglia l’asino a Capitignano che si sente fino a Mozzano”

“Candelora Candelora, dall’inverno siamo fuori,

Ma se vuoi il solicellu nell’inverno siamo entru.

Gli risponde la vecchiaccia

Che faccia o che non faccia, l’inverno è fino a Pasqua”

Si prende la palma vecchia e si mette sopra il fuoco acceso e poi si dice:

“Palma, palma benedetta, se sono vivo un altro anno anticchia, se no statti fitta”

“Capitignano è una bella città, un fosso di qua e un fosso di là

e in mezzo la farmacia per guarire la nesceria”

“La vecchia che suonava la tiorba diceva che la migliore arte era la birba.

Mai inverno non è se Quaresima non vé”

“Ninna nanna il bambino mio, adesso torna la mamma sua,

Gli riporta il ciuffulittu, zitto, zitto, sci benedittu”

“Ninna e nanna il bambino si fa la nanna, dorme tanto, tanto, tanto,

Padre, Figlio e Spirito Santo. Dorme fino a domani mattina,

il Signore lo benedica ogni mattina”

“O alta o bassa, l’inverno è fino a Pasqua”

“Fatti la ninna e fatti un sogno, si addormenta il pupo che ne ha bisogno”

Culto

IL SENTIERO DEL BEATO ANDREA

Lo storico Raffaele Colapietra in un saggio sul Beato Andrea da Montereale, afferma che per la scarsezza di dati biografici e cronologici non è possibile tracciare una “griglia certa intorno alla ricostruzione delle sue numerose vicende umane”. La tradizione mitica e religiosa, tuttavia, ne attribuisce a Mascioni la nascita nel 1397; la vestizione nel 1411, all’età di 14 anni; il conseguimento del sacerdozio nell’anno 1427; la morte, nel 1480. La conferma del culto, a seguito della causa di Beatificazione svoltasi negli anni 1756-57, viene sancita da Clemente XII nel 1764. Nei verbali del volume“Vita prodigiosa del Beato Andrea” di Giovanbattista Cotta, anno 1824, si narra di personaggi, luoghi, fatti miracolosi e soprannaturali che sono lì a testimoniare la forza taumaturgica del Beato Andrea. Gli episodi selezionati riguardano avvenimenti nel territorio di Capitignano, come quelli di Antonella e Marino di Aglioni, nel Contado di Montereale: “Inchiodata nel letto la meschina da doglie tali, che non le permettevano né vestirsi, né spogliarsi, né fare un passo, invocò il venerabil Maestro Andrea, e fe’ voto di visitare le sue reliquie prodigiose…” e guarì. “…Alli 15 poi del detto mese Marinuccia di Cervello di Sivignano tocca di apoplessia, e rimasta storpiata in più parti del corpo senza rimedio…le fu restituita l’intera sanità”.

Inoltre un giovane di Mopolino affetto da lebbra fu portato da suo padre Bartolomeo Bucciarello nei luoghi dove visse il Beato Andrea e lì guarì.

 

SANT’ANTONIO ABATE

Padre del Monachesimo, iniziatore della vita anacoretica, figura che più di altre è entrata nel sentimento popolare, S. Antonio Abate, detto anche “il grande”, nacque nel Medio Egitto, a Coma, nel 250 circa e già durante la sua lunghissima vita ( morì ultracentenario il 17 gennaio del 356) era oggetto di culto. La ricerca e il desiderio estremo di solitudine furono interrotti solo poche volte in nome della fede, prima di stabilirsi definitivamente nel deserto della Tebaide, dove visse l’ultimo periodo della vita. Le sue continue lotte con il demonio, le terribili tentazioni cui fu sottoposto e la  protezione taumaturgica nei riguardi dell’herpes zoster o fuoco di S. Antonio, quando intorno al Mille scoppiò in Gallia un’epidemia di questa peste ardente, lo hanno avvicinato soprattutto alle popolazioni rurali, divenendo uno dei Santi più venerati e popolari attraverso una serie di riti e tradizioni antoniane. Pare che l’ordine ospedaliero degli Antoniani, nato sul suo esempio, allevasse maiali di cui usava il lardo per la cura di alcune malattie. A questa attività, probabilmente, si lega la protezione del Santo ai maiali, poi estesa anche agli altri animali, dando origine al caratteristico rito popolare che si svolge il 17 gennaio davanti ai sagrati delle chiese, dove vengono radunati gli animali per la benedizione. Ricchissimo il folklore, le tradizioni, la letteratura, i riti ed i canti popolari nati intorno alla figura del Santo. L’elemento fantastico, popolare, lo rende il Santo maggiormente venerato in Abruzzo. È sull’eremo di S. Onofrio, sul Morrone, che si trova una delle immagini più antiche in Italia: raffigurato con una lunga barba, con il capo coperto da un cappuccio; con il bastone a tau; spesso con il maiale, il campanello (che probabilmente ricorda quello che annunciava l’arrivo dei questuanti dell’ordine Antoniano) e con il fuoco, ha attraversato i secoli con la sua potenza contro il demonio, la peste, i mali in genere. La vigilia della festa è consuetudine fare il falò di S. Antonio, grandi cataste di legna, cui si dà fuoco. Le ceneri vengono poi raccolte dai fedeli e conservate come reliquie.

 

IL MIRACOLO DELLA MADONNA DEGLI ANGELI

“Una pastorella, nella seconda metà del XVII secolo, il 21 giugno 1657, come racconta la storia, si era riparata in un’edicola sacra detta “Degli Angeli”, lungo una strada di campagna. Fece un gran diluvio che mise la campagna sotto sopra. Capitignano comunque non era stato offeso dal temporale perché questa giovinetta si era rivolta alla Madonna chiedendo di salvare il paese e le campagne. La pastorella era muta e sorda. Le apparve la Madonna con le lacrime di sangue e le disse di andare dal parroco perché in quel posto voleva una chiesa. Il parroco di allora, don Mariantonio, si impressionò quando vide parlare la pastorella, era un miracolo, e con tutto il paese fece costruire la chiesa. La pastorella era sordomuta, la Madonna le ha parlato e ha chiesto un santuario a lei dedicato, in quanto, in quell’edicola sacra, stava sotto l’acqua, perché dove la pastorella si era riparata vi era una conicella di pietra con la statua della Madonna. Il sacerdote e la gente di Capitignano andarono poi a vedere la pastorella. Arrivati lì la ragazza si mise a parlare con l’immagine della Madonna che piangeva. Con un grambiule di canapa asciugò le lacrime di sangue e poi ascoltò la Madonna dirle che voleva la casa. Il grembiule oggi è al Vaticano. Il terreno dove è stata costruita la chiesa, per il miracolo, si era coperto di una abbondante nevicata. I proprietari di quel terreno cedettero la terra dove fu costruito il santuario e una confraternita, da allora, amministra il luogo santo.”

(tradizione orale: Palma Catelli, Capitignano

 

Ricorrenze Religiose

Date

Santi

Località

17  gennaio S. Antonio Abate Capitignano
21  giugno Maria  SS Degli Angeli Capitignano – Monopolino
29 giugno SS Pietro e Paolo Paterno e Collenoveri
2   luglio Madonna delle Grazie Sivignano e Pago
16  luglio Madonna del Carmelo Sivignano
2  agosto Madonna degli Angeli Capitignano  e Mopolino
4  agosto S. Domenico Mopolino
12  agosto Santa Maria Paterno
16  agosto S. Rocco Aglioni
8 settembre Madonna di Loreto Capitignano
24  novembre S. Flaviano (Patrono) Capitignano
6  dicembre S. Nicola Capitignano
31  dicembre S. Silvestro Sivignano


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